MaraMessi, che punizioni

8 settembre 2012

Nella notte di Argentina-Paraguay si sono idealmente incontrate tre generazioni stellari del calcio argentino e mondiale. Nello stadio intitolato al ” Matador” Mario Alberto Kempes, miglior giocatore del primo Mondiale vinto dalla Selecciòn nel ’78, Lionel Messi ha completato il suo processo di clonazione di Diego Armando Maradona. A Leo mancava infatti solo un colpo nel proprio bagaglio tecnico per eguagliare definitivamente il Pibe de Oro: il calcio di punizione. A Cordoba Messi ha colpito un palo al secondo tentativo (da centro-sinistra, 25 metri circa dalla porta) e poi ha trasformato la terza esecuzione, da quasi 30 metri e dal centro-destra. L’indicazione della distanza e della posizione non è casuale, perché Messi ha dimostrato di poter segnare su punizione ormai da ogni angolo (addirittura dal vertice sinistro dell’area contro l’Atletico Madrid nell’ultima Liga) ma soprattutto sembra prediligere un’esecuzione leggermente diversa rispetto a quella celebre di Maradona: più secca e potente, appena meno delicata rispetto al mancino di Diego, ma con la stessa, identica, spaventosa precisione.

Inoltre, il fondamentale della punizione è stato acquisito da Messi in anni di lungo, meticoloso e infine produttivo lavoro. Messi si è applicato, studiando prima da Ronaldinho agli albori nel Barça e poi trovando il suo stile di esecuzione. A differenza di altri colpi del repertorio, come il dribbling secco e stretto esaltato dal baricentro basso e dalla sovrumana elasticità delle caviglie, Leo non è nato con il calcio di punizione maradoniano nel sangue. I frutti della sua applicazione nel gesto sono sottolineati da numeri mai così chiari: contro il Paraguay Messi ha segnato il suo primo gol in nazionale su punizione (su 28) e il nono su 303 totali in carriera. E ben 5 di questi 9 sono arrivati negli ultimi sette mesi, da fine febbraio a oggi.

Messi, capitano e leader totale della Selecciòn, sa bene che l’ultimo gradino verso il trono di tutti i tempi passa dai suoi trionfi in nazionale, per mettere a tacere quelli che lo accusano di non aver mai ottenuto con l’Argentina ciò che era riuscito a Diego. Un altro passo è stato fatto e l’ardore, a tratti feroce, con cui Leo ha esultato dopo la punizione del 3-1 e con cui ha trascinato i compagni andando in tackle e rincorrendo i paraguiani nella sua metà campo, è un messaggio chiarissimo: la fame di Messi non ha confini, il Brasile (2014) è avvisato.

di Massimo Callegari

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